di Gero Salonna
La nostra personalità ed i ruoli che abbiamo nella società ci inducono a non essere noi stessi, come individui e come Yogi. Tale condizione ci induce a rispettare le leggi dell'uomo e non quelle di Dio.
Certo è che lo YOGA ci sottopone a regole divine e naturali per ridare all'uomo la sua individualità, la sua liberazione e la sua essenza Reale. E' anche certo che agli occhi degli altri il nostro comportamento non è sempre giusto e facciamo sempre poco per accontentarli. Queste condizioni impediscono alla nostra anima di affiorare alla propria intelligenza conscia.
La vita di tutti coloro che vogliono manifestare la volontà di Dio, che per necessità fisiologica e Karmica violano i comandamenti e le regole yogiche, sono agli occhi degli altri, peccatori ed ipocriti. Tuttavia, succede che di fronte a certe energie naturali, l'uomo è impotente.
Il ruolo che occupa nella società non gli permette di manifestare il suo karma e così è costretto a nascondersi e le continue repressioni fanno di questi individui dei maniaci. Sforzarsi di mettere in atto le virtù senza adeguata preparazione, equivale ad ottenere risultati contrari alle stesse virtù.
Lo Yoga non teme la critica malevola o benevola che sia, pur uscendo dal sentiero sa … che queste uscite, o queste cadute, lo rendono sempre più libero e sicuro, pertanto si rialza e continua la sua ascesi. Nonostante l'incomprensione degli altri e pur sapendo di essere usato per il piacere altrui, desideriamo la loro presenza per usarla a nostra volta.
Tuttavia, se dovessimo avere veramente bisogno, è raro che ci aiutiamo per amore. Meno siamo consapevoli di essere sempre soli con il nostro destino, più ci accalchiamo nelle folle, nel caos e nelle bolgie più disparate, nei vizi e nel guadagno, per non dare la possibilità alla nostra anima di rendersi consapevole della meschinità delle nostre personalità.
Questo è uno dei motivi più evidenti che impediscono, chi si trova sul sentiero dello Yoga, di meditare nella solitudine e nel silenzio. Solo così il Samadhi può essere raggiunto! Meditando soli nel silenzio.
Il primo stadio del Samadhi si ottiene con il ragionamento, con la riflessione sul come e il perché della vita, sul senso del puro essere e di pace che ci accompagna tra una meditazione e l'altra.
A questo stadio seguono altri tre, che liberano progressivamente la propria coscienza dalle limitazioni della personalità, dando alla propria individualità di Reale la possibilità di manifestarsi in assoluta libertà.
Ciò che limita la Reale individualità è la paura, il non sentirsi un solo essere con ogni cosa, il farsi male, il dare dolore, il privare gli altri dell'indispensabile. Possiamo definire questa la prima fase della coscienza che incomincia a prendere il dominio sull'energia dei GUNA. In questo stato che viene visto durante la meditazione, la coscienza oscilla tra la conoscenza, basata sulle parole, quella Reale e quella relativa, fondata sulla percezione dei sensi, in uno stato ibrido fra di esse. Il secondo stadio del Samadhi si ha quando l'oggetto, soggetto o concetto dello Yogi risplende nella propria mente senza altre percezioni.
Per comprendere gli stadi del Samadhi, bisogna tener presente che per trascendere la mente, all'inizio, ci vuole un seme come appiglio per avere il dominio su tutti i pensieri che oscillano nella mente.
Quando la mente comincia a rischiararsi e l'oggetto della concentrazione è fisso, presente in essa, nel confine che abbiamo stabilito, si perde la percezione del seme e la coscienza sale in strati o veicoli più profondi e complessi.
Pur essendo il processo di meditazione uguale, i processi del Samadhi, del terzo e quarto stadio, sono differenti. In tutti gli stadi del Samadhi, la coscienza si comporta come un jumbo. Il pilota è lo Yogi, e la perseveranza stabile è il quotidiano rifornimento.




