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Dissociazione
di Gero Salonna
Lo studio dello Yoga ha portato la nostra coscienza a distiguere chiaramente la differenza che esiste tra l'anima ed i veicoli attraverso i quali la stessa anima si manifesta partendo dal piano del corpo fisico.
Per dissociare lo spirito dalla materia si deve discriminare continuamente il Reale dal Relativo, l'anima dai veicoli e il soggetto dall'oggetto.
A causa dell'immedesimazione nel relativo e nei propri veicoli si è in continuo divenire e soggetti al mutamento.
Ora, per ottenere la liberazione, l'illuminazione e il dominio sull'essere e il non essere, sui veicoli e sull'anima, dobbiamo mutare l'immedesimazione in discriminazione fino a raggiungere coscientemente la netta dissociazione con ogni cosa visibile ed invisibile.
Tutto si perpetua in eterno e dissociarsi non significa mettere fine, ma essere coscienti di essere la verità vivente. Yoga significa unione, mentre Nirvana o Kaivalya significano dissociazione: pertanto il vero Yoga è praticato per dissociare l'anima dai veicoli che usa per manifestarsi.
La discriminazione consente il progresso verso l'illuminazione. Il primo grado di illuminazione si raggiunge quando si distinge il Reale dal Relativo; il secondo quando si è determinati a praticare gli esercizi che compongono lo Yoga, il terzo quando si ha la chiara visione delle cause e dei problemi che assillano la dimensione umana, il quarto quando l'intelletto intuisce il come e il perchè dell'esistenza. Il quinto grado consiste nel prendere il controllo sul sistema nervoso e sui sensi; il sesto grado corisponde a non essere posseduti dalle cose che ci fanno vivere nel benessere nè dalla possibilità di ricadere nell'illusione.
Lo Yoga qui esposto richiede una moralità autentica: ci sono persone che grazie allo Yoga hanno sviluppato poteri apparentemente soprannaturali e li manifestano per esercitare potere sugli altri e soddisfare il proprio ego.
Nello Yoga Reale queste finaltà devono essere abolite per non ricadere di nuovo in quella immedesimazione che ci priva della pace e della gioia di esistere. Come ogni cosa, lo Yoga ha il suo lato positivo e quello negativo: la liberazione dipende dal fine con cui lo si pratica. Le conseguenze dipendono dalle scelte, e tutte quelle che non sono basate sula morale espressa da Yama e Niyama porteranno comunque alla ricaduta nelle sofferenze. Di questo, delle cause di tutte le sofferenze e delle austerità da praticare, abbiamo scritto nella lezione n° 77 in particolare.
Lo yoga permette di accedere alla beatitudine se praticato in maniera completa; se si pratica in modo incostante, si oscillerà tra gioia e dolore e se non lo si pratica per nulla si rimane sempre nelle sofferenze.
E' vero che la pratica Yoga ci porta ad acquisire potere, ma se tale potere ci condiziona diventa una catena, che pur essendo d'oro costituirà un legame che impedisce di di dissociare l'anima dai veicoli, quindi di ottenere la nostra libertà.
Una condotta morale è indispensabile per ristabilire l'equilibrio e l'armonia tra la dissociazione e l'immedesimazione. Comprendere le emozioni che nascono dall'ego ci permetterà di agire in modo retto e coretto: quelle che nascono dal cuore sono quelle emozioni vissute senza averle cercate e ci offrono esperienza ed emancipazione; quelle che provengono dall'ego le cerchiamo, le desideriamo ma di contro portano tribolazioni, perchè nascono da attrazione e repulsione. Queste trasmettono concetti all'intelletto, i concetti creano l'immaginazione e quindi si hanno progetti che a loro volta procurano idee che sfociano nella azioni e quindi nel nostro Karma.
Se lo Yogi non fonda la sua condotta sulla moralità tutti i suoi veicoli diventano impuri; l'impurità rende infermi ed in questa condizione, per effetto dell'immedesimazione, anche l'ego diventa infermo - pur essendo un fantasma.




